Sfida accettata?! "UN PENSIERO DI LUCE..."

 

Scritto da una donna indiana nel 1890; A coloro che leggeranno queste pagine…

- Pubblicato da Benedetta Spada

 

UN PENSIERO DI LUCE PER TE..

“Non mi interessa cosa fai per vivere, voglio sapere per cosa sospiri, e se rischi il tutto per trovare i sogni del tuo cuore.

Non mi interessa quanti anni hai, voglio sapere se ancora vuoi rischiare di sembrare stupido per i sogni, per l’avventura di essere vivo.

Non voglio sapere che pianeti minacciano la tua luna, voglio sapere se sei rimasto aperto dopo i tradimenti della vita, o se ti sei rinchiuso per paura del dolore futuro.

Voglio sapere se puoi, se puoi sederti con il dolore, il mio e il tuo; se puoi ballare pazzamente e lasciare l’estasi riempirti sino alla punta delle dita senza prevenirci di cautela, di essere realistici, o di ricordarci le limitazioni degli esseri umani.

Non voglio sapere se la storia che mi stai raccontando è vera, voglio sapere se sei capace di deludere un altro per essere autentico a te stesso; se puoi subire l’accusa di un tradimento e non tradire la tua anima.

Voglio sapere se sei fedele e quindi di fiducia.

Voglio sapere se puoi vivere con il fracasso, il tuo o il mio, e continuare a gridare all’argento della luna piena: “SI” !!

Voglio sapere se sapresti stare in mezzo al fuoco con me e non retrocedere.

Non voglio sapere cosa hai studiato, voglio sapere cosa ti sostiene dentro, quando tutto il resto non l’ha fatto.

Voglio sapere se sai stare da solo con te stesso, e se veramente ti piace la compagnia che hai nei momenti vuoti”.

 

@YC:  grazie Martina V. per aver trovato lo scritto riportato da Benedetta Spada, grazie Elisabetta D. per l'editing _/|\_

Yoga? Si, ma... della lentezza

L'Haṭha Yoga è uno “Yoga dello sforzo...trattato nella Haṭhapradīpikā di Svātmārāma e praticato con forme di autotortura, come lo stare su una gamba, mantenere le braccia sollevate, inalare fumo a testa in giù, ecc...” (Monier-Williams 1899:1287).
Nel XIX secolo alcuni influenti indologi spiegarono per la prima volta all'Europa l'Haṭha yoga, basandosi sulla definizione del termine sanscrito haṭha come forza o violenza. Se da un lato le figure dello yogi, del sādhu e del fachiro si confondevano nella limitata e superficiale visione degli studiosi e colonialisti britannici, è anche vero che l'enorme diffusione delle tecniche haṭhayogiche a opera dell'influente ordine dei Nāth nei secoli precedenti aveva portato a una fusione di tapas (pratiche ascetiche, internalizzazione del sacrificio vedico descritte nei Purana) e Haṭha Yoga nella pratica quotidiana di diversi ordini di rinuncianti, fattore che ha sicuramente influenzato l'interpretazione ottocentesca del termine haṭha e osservabile ancora oggi.
Secondo queste prime definizioni l'Haṭha Yoga sarebbe una forma di Yoga caratterizzato da pratiche ascetiche estreme. Questa visione venne ereditata dagli studiosi del XX secolo, la maggior parte dei quali interpretò la violenza del termine haṭha non tanto in termini di tecniche come gli indologi ottocenteschi, quanto di sforzo esercitato nella pratica o di estrema, faticosa e vigorosa disciplina. Haṭha Yoga diviene lo Yoga dello sforzo, un metodo di yoga fisico che implica fatica, manipolazione violenta del corpo. 
Nello stesso periodo in cui in Europa si mettevano le basi di questa interpretazione in Bengala Vivekananda si preparava a diffondere nel mondo intero la sua lettura neovedantina degli Yoga Sūtra di Patañjali e del “vero yoga”. Nel suo Raja Yoga del 1896, a proposito dello Haṭha Yoga scrive: “Non abbiamo niente a che fare con esso, poiché le sue pratiche sono molto difficili, e non possono essere apprese in un giorno, e, in fin dei conti, non portano a una grande crescita spirituale”. Se “una o due lezioni di Haṭha yoga possono essere utili”, il fine primo dell'Haṭha yoga ossia “far vivere gli uomini a lungo” attraverso la coltivazione di una salute perfetta, è un fine inferiore (citato in Singleton, Yoga Body: The Origin of Modern Posture Practice, p. 71). Il successo degli insegnamenti di Vivekananda diffonde il pregiudizio secondo cui l´Haṭha Yoga sarebbe una degenerazione dello yoga di Patañjali, lo yoga classico, puro e filosofico.
La visione dell'Haṭha Yoga come pratica faticosa, dolorosa e inferiore non è tuttavia una novità ottocentesca. Molti testi medievali e moderni che esprimono vie soteriologiche fondate sulla gnosi o l'iniziazione basano la loro retorica sulla denigrazione delle tecniche concorrenti, tra cui l'Haṭha Yoga. Nel Laghuyogavāsiṣṭha ad esempio si dice che l'Haṭha Yoga causa sofferenza; nel Jīvanmuktiviveka che la pratica di mṛduyoga lo “yoga dolce” delle pratiche vedantine tradizionali è superiore poiché dà effetti immediati mentre l'Hatha Yoga è una pratica graduale; nell'Amanskayoga viene definito superfluo, inutile: a nulla portano le faticose pratiche fisiche, tutto ciò che lo yogin deve fare è sedere quiete e immobile, il corpo rilassato e lasciare andare la mente dove vuole, poiché solo in assenza di controllo il suo movimento troverà quiete. 
Da una prospettiva emica il quadro cambia radicalmente. Nessuno dei testi che trattano di Haṭha Yoga (o di tecniche corporee che verranno a posteriori definite tali) menziona pratiche ascetiche (tapas) e mai l'Haṭha Yoga viene descritto come una via che richieda la sofferenza o l'autosacrificio del praticante.
A questo proposito le fonti hathayogiche sono molto chiare. L'utilizzo di accezioni rimandanti all'idea di sforzo o di forzare sono sempre collegate alla pratica di tecniche miranti a un inversione di direzione: risvegliare e far muovere kuṇḍalinī verso l'alto, forzare apānavāyu a invertire la sua rotta discendente o far risalire bindu (seme) verso la testa. Haṭha si riferisce ad azioni che invertono e trasgrediscono l'ordine naturale ed è il loro effetto ad essere haṭha non il modo in cui vengono praticate. Nelle descrizioni delle tecniche viene usata molto più spesso un'altra parola, yatnena o prayatnena il cui significato a seconda del contesto può essere reso con “diligentemente”, “accuratamente” “vigorosamente”, “energeticamente”. Molto più spesso ricorre però la formula śanaiḥ śanaiḥ, “gradualmente, dolcemente”: gli effetti sono hatha ma la pratica dev'essere accurata e graduale, soprattutto quando si tratta di tecniche respiratorie, mudra e bandha, pena l'invecchiamento e la malattia:
La pratica deve svolgersi gradualmente non tutto in una volta. Il corpo di colui che cerca di fare tutto insieme viene distrutto. Per questo motivo la pratica dev'essere graduale...” HP 1.54-55
[Quando] il respiro viene arrestato con forza, fuoriesce dai follicoli piliferi. Questa [azione] fa a pezzi il corpo e provoca [malattie] come la lebbra” (Brahmānanda nel suo commentario alla Haṭhapradīpikā 2.49)
Così come il leone, l'elefante e la tigre vanno addomesticati gradualmente, allo stesso modo bisogna coltivare il respiro; altrimenti esso uccide lo yogin” (HP 2.15, Vivekamārtaṇḍa 123, Śāṇḍilyopaniṣad 7.6, Yogacūdāmaṇyupaniṣad 118).
śanaiḥ śanaiḥ, piano piano, un passo alla volta: la pratica non deve provocare fatica, la manipolazione del corpo dev´essere progressiva e graduale. Lo sforzo (prayāsa) é anzi un ostacolo (pratibandha) e va evitato (HP 1.15) . L´interpretazione di Haṭha Yoga come “sforzo violento” non ha dunque alcun fondamento, la retorica interna al movimento ricorda al contrario al praticante che tanto più una tecnica é potente tanto maggiore dovrà essere la cura nel praticarla, piuttosto che la forza.
La definizione di Haṭha Yoga come “Yoga dello sforzo violento” si combina bene con la pratica contemporanea, che è sempre più spesso un semplice workout di asana esoticizzato da un paio di namasté, e talvolta condito dal principio “più fa male più fa bene”. Niente di piú lontano dallo spirito dell'Haṭha Yoga. Le fonti confermano l'importanza di una pratica progressiva, śanaiḥ śanaiḥ ….poiché non é di performance che si tratta e perché i rischi sono alti. La recente polemica iniziata sul New York Times sugli effetti negativi dello Yoga (preview del libro di Glenn Black, The Science of Yoga: Risks and Rewards) ci ha sbattuto in faccia, dati medici alla mano, la concretezza di questi rischi (per un. Il problema peró non sono le pratiche in sé ma il modo in cui pratichiamo. Il vero problema è che abbiamo la tendenza a voler ottimizzare il tempo, ed é forse per questo che sembra sfuggirci di mano. Per ottimizzare il tempo bisogna metterci sforzo e fatica e sudore, fare fare fare, cosí da ottenere effetti visibili e misurabili in fretta altrimenti la motivazione muore...
L'Haṭha Yoga manipola il corpo e il respiro, muove le energie, inverte l'ordine di naturale decadenza. In questo senso puó essere definito una forzatura. Ma se cerchiamo salute, equilibrio, pace del cuore e della mente (e magari qualche siddhi) dobbiamo praticare śanaiḥ, gradualmente, e regalarci il lusso di perdere un po' di tempo... solo così esso magicamente rallenterà, sul tappetino e anche fuori.

 

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Una riflessione collettiva

Cosa facciamo, cosa faremo? Perchè e come collaborare? Cosa significa "partecipazione"? Rispondere a queste domande ci ha aiutato a diventare il collettivo che oggi siamo. Dopo tanto tempo passato insieme ed energie condivise, siamo felici di raccogliere e ordinare in modo sintetico le idee, i valori e alcune delle tematiche che riteniamo fondamentali per Yoga Collective. Ovvero, cosa ci rende veramente un collettivo. Buona lettura.

 

  •  Yoga Collective è un'associazione orizzontale, libera, aperta, orientata all'inclusione e alla condivisione.
  •  Coltiviamo opportunità reciproche per conoscere, praticare, condividere, diffondere e sostenere la cultura dello yoga.
  •  Per noi le persone hanno lo stesso valore e le stesse possibilità.
  •  Cerchiamo e promuoviamo opportunità per valorizzare e sostenere le idee, i progetti e la pratica di ogni nostro partner e associato.
  •  Le decisioni all'interno del collettivo vengono prese in base alle competenze, all'esperienza e alle partecipazione di ogni interessato.
  •  Non sosteniamo il sistema: ne rispettiamo le circostanze e le regole, ma non contribuiamo affinché sia, o resti, l'unica scelta.
  •  La competizione non trova spazio nei valori di Yoga Collective così come non lo trova nel cuore dello Yoga.
  •  Lo Yoga non è una bandiera, non è una professione (anche se lo può diventare) e non è un ombrello sotto cui coltivare ego e individualità.
  •  Nella società dei consumi, Yoga è uno yogurt: riflettiamo ogni giorno sul significato di quello che facciamo.
  •  Non esistono dogmi o "discipline", solo persone e pratiche diverse.
  • Gli insegnanti di yoga sono i praticanti moderni. I maestri di Yoga, sono anime antiche e rarissime. 

La tradizione inventata dello yoga contemporaneo

Si dice spesso che lo yoga sia una pratica millenaria: le sue radici affondano in epoca prevedica (il famoso Shiva Pashupatti seduto in Padmasana ne sarebbe la prova tangibile) e l'aroma del suo più bel fiore è racchiuso nella Bibbia dello yogi, il grande classico, gli Yoga sutra di Patanjali. Ma questo cosa vuol dire esattamente? Che pratichiamo come facevano in India migliaia di anni fa o come insegnava Patanjali negli Yoga Sutra?

Lo yoga oggi è uno strano mix di fitness e pratica terapeutica, condita di un po di misticismo e estremamente influenzata dal suo essere diventata un'industria dal fatturato milionario. Ma parte del successo dello yoga oggi dipende proprio dal suo essere presentato come una pratica millenaria. E qui il folk yogico si divide in due partiti principali: da un lato quelli che non hanno mai letto neanche il best seller di Patanjali e quindi accettano la favola senza farsi troppe domande e all'opposizione quelli che l'hanno letto talmente bene da sostenere che la pratica contemporanea è una degenerazione. Nonostante molte delle critiche che i puristi rivolgono al modo di praticare yoga oggi e all'immagine distorta che ne deriva siano più che condivisibili (vedi ad esempio l'articolo Yoga what it is and what it is not di Swami Chidananda), così come condivisibili sono gli appelli di coloro che auspicano una rispiritualizzazione della pratica, l'atteggiamento che le accompagna è spesso rigido, tradizionalista e manicheo; sicuramente più serio, ma in definitiva acritico e astorico almeno quanto quello del fitness yoga. La verità è che entrambe le prospettive mettono al centro del loro discorso un termine che nel corso di millenni è stato associato a tutto e al contrario di tutto e questo rende assolutamente privo di senso cercare di ricostruire la storia della pratica contemporanea andando dietro a tutti i cartelli con l'indicazione “yoga” che troviamo nel labirinto già di per sé complicato della storia indiana.

 

Questa tendenza è stata purtroppo seguita a lungo e ha causato molta confusione, ma una serie di pubblicazioni stanno, finalmente, portando l'attenzione sul tema e cercando di mettere un po di chiarezza. Tra queste una lettura appassionante è il testo di Mark Singleton, Yoga Body: The Origin of Modern Posture Practice. L'autore esplora a fondo le radici moderne dello “yoga posturale” contemporaneo mettendo in discussione molti degli assunti su cui si basa l'immaginario comune senza cadere nella trappola del binomio autentico/inautentico. Senza bisogno di andare troppo indietro nel tempo, basta infatti leggere la Gheranda Samhita o l'Hatha Ratnavali per rendersi conto che la pratica premoderna era completamente diversa da quella contemporanea: il contesto era altro, gli scopi e il significato della pratica erano diversi.
 Negli anni '20 del Novecento l'India venne investita come molti altri paesi da un'ondata di interesse per il culto del corpo. Il nazionalismo indiano era in pieno sviluppo e l'India era alla ricerca di una nuova immagine di sé, forte e maschile: la causa aveva bisogno di uomini sani e forti e fu in questa fervente atmosfera pre indipendenza che si diffusero e svilupparono diversi metodi corporei che combinavano ginnastiche europee e pratiche locali. Alcuni rivoluzionari come Raghavendra Rao percorrevano il paese travestiti da asceti per preparare il popolo alla rivoluzione attraverso esercizi di potenziamento e tecniche di combattimento che chiamavano yoga. Altrove Kuvalayananda (1883-1966) e Yogendra (1897-1989) cominciarono a integrare asana e altre pratiche corporee locali con ginnastica e naturopatia europee  in quella che verrà definita yogaterapia. Singleton traccia naturalmente anche la storia di Krishnamacharya (1888-1989): allievo di Kuvalayananda e insegnante di molti dei più influenti yoga guru del novecento (B.K.S. Iyengar, K.Pattabhi Jois, Indra Devi, T.K.V. Desikachar) fondò sotto la protezione del mahārāja di Mysore un nuovo yoga, che combinava wrestling, calistenia, bodybuilding, haṭha yoga, e ginnastica europea, in un sistema dinamico pensato per formare la gioventù indiana e in perfetto accordo con il culto del corpo di inizio Novecento. Forza e salute si fondono poi in occidente con le aspirazioni spirituali delle nuove ginnastiche armoniche, forme di stretching spirituale al femminile che combinavano respiro e movimento con pratiche di consapevolezza del corpo (iniziatrici furono Genevieve Stebbins e Molly Stack), diretti precursori secondo Singleton delle versioni New Age dello Yoga posturale contemporaneo.

La lettura di Yoga Body (purtroppo non ancora disponibile in italiano) è estremamente appassionante e ha un effetto quasi catartico: guardare alla storia dello Yoga abbatte i falsi miti in cui più o meno fortemente ci identifichiamo in quanto insegnanti o praticanti di yoga e ci libera dal peso di una finta tradizione. Volgendoci al passato con occhio critico impariamo che lo Yoga è stato inventato e reinventato un'infinità di volte, e che la pratica contemporanea è una creatura sincretica nata dall'incontro di influssi e esigenze culturali diverse, espressione di un preciso e mobile Zeitgeist. Letture come queste ci insegnano un approccio più maturo e tollerante e, liberandoci dall'illusione dell'autenticità ci insegnano che non c'è giusto o sbagliato, ma solo pratiche con storie, fini ed effetti diversi. Ampliando la prospettiva la scelta di questa o quella via diventa cosciente e non subita e la creatività individuale legittimata.

 

La community online di Yoga Collective

Che cos'è Yoga Collective? Semplice Yoga Collective è la nostra community. Il nostro collettivo nasce aggregazione di soci riuniti per sostenere il progetto yoga di ciascun membro offrendo supporto e sinergia per le attività altrimenti onerose e dispersive da affrontate individualmente (burocrazia, assicurazioni, collaborazioni, creazione di nuove associazioni).

Per sostenere e aumentare la visibilità di ogni socio, all’interno del sito di YC abbiamo creato una pagina dedicata alla nostra community (la trovi qui, all’interno di Chi siamo) dove ogni insegnante ha a disposizione un paragrafo per presentarsi e presentare la sua pratica.

Siamo solo all’inizio e per ora sono presenti soltanto i soci che in via sperimentale ci hanno inviato una piccola descrizione e una foto, ma con questo post iniziamo ufficialmente la campagna di raccolta delle presentazioni di ogni socio insegnante di YC. 

Ora tocca a te! Per iniziare a costruire la pagina della nostra community online abbiamo bisogno di ricevere 3 cose da ogni socio insegnante:

  1. Una fototessera con una buona definizione, preferibilmente su sfondo chiaro
  2. Una breve descrizione biografica e la presentazione della propria pratica
  3. Contatti: email, link alla pagina facebook, link al sito personale (se disponibile) o al sito dell’associazione.

Ti chiediamo di dedicare un po’ di tempo e riflessione alla creazione della tua descrizione: anche se lo hai fatto molte volte, definirsi e ridefinirsi è un esercizio importante per migliorare il modo, le parole e i contenuti con cui comunichiamo informazioni riguardo a noi stessi e alla nostra attività.

Per favore invia i tuoi contenuti a associazione@yogacollective.it; non c’è una scadenza definita ma ci piacerebbe avere online i nostri primi 40 soci (a fine 2015 siamo quasi 50!) entro fine gennaio. Ne beneficia anche Yoga Collective: quanto prima la nostra community online si completerà, tanto presto il collettivo stesso beneficerà  della possibilità di presentarsi come un gruppo di insegnanti e praticanti coeso e strutturato.